Come creare una strategia omni-channel

Hai mai sentito parlare di strategia omni-channel (o omnicanale) o meglio ancora di omnicanalità? In questa pratica guida, ci proponiamo di offrirti tutte le nozioni principali su questo tipo di approccio di marketing, ormai sempre più utilizzato per colpire in modo quanto possibile specifico un’utenza trasversale.

La strategia di marketing omni-channel è quella che possiamo definire una gestione in perfetta sinergia dei diversi canali che l’impresa utilizza per comunicare con il suo pubblico. In questo senso ci riferiamo dunque non soltanto ai canali digitali, ma anche quelli fisici, che dovranno poi essere sommati ai touchpoint dei clienti così da monitorare la consapevolezza di brand, la sua reputazione e l’esperienza da parte del consumatore.

Ricorda che è considerato un touchpoint qualunque modalità con cui il cliente ha la possibilità di interagire con l’azienda: da persona a persona, in modo digitale attraverso i canali social, un’app o un sito web, o attraverso qualunque altra forma o modo di comunicazione.

La strategia omni-channel annulla sia lo spazio fisico che quello virtuale tra azienda e consumatore finale attraverso una comunicazione articolata su molteplici canaliovunque e in qualunque momento. In termini pratici, l’impresa che sceglie di affidarsi a questo tipo di approccio di marketing mira a essere sempre raggiungibile e a fornire di sé un’immagine perfettamente coerente, coordinata e onnipresente.

La prima regola per creare una strategia omni-channel consiste nel dare vita a una collaborazione virtuosa tra le capacità del team Sales, degli specialisti di Marketing e degli addetti al Customer Care: come vedi, la sinergia inizia in questo caso proprio dall’azienda.

Non confondere la strategia omni-channel con la strategia multi-channel

È estremamente importante che i termini omni-channel e multi-channel non siano considerati sinonimi e neppure equiparabili, poiché non lo sono. La differenza sostanziale tra queste due modalità consiste nella profondità di penetrazione del mercato associata a quella di integrazione dei diversi strumenti online e offline a disposizione dell’impresa.

Ad oggi, la maggior parte delle imprese utilizza ancora in massima parte una strategia multicanale, che impiega diversi strumenti (sito web, newsletter, social, campagne AdWords, ecc.) ma in modo non necessariamente integrato tra loro. In questo caso, come avrai senza dubbio capito, il potenziale cliente sarà raggiunto dal brand in molteplici modi, ma senza beneficiare di un’esperienza fluida e continua.

Al contrario, la strategia omni-channel si propone proprio questo obiettivo, dal momento che per sua natura integra tutti i canali di comunicazione a disposizione dell’impresa. A partire dall’analisi e dal monitoraggio del sentiment e del comportamento del proprio target di riferimento e, in modo ancora più specifico, dei clienti già acquisiti, l’azienda ottimizza in modo funzionale e coerente i suoi messaggi trasmettendoli attraverso una pluralità di strumenti.

Ma come si crea una strategia di marketing omni-channel?

Passiamo ora al cuore del nostro argomento: come fa un’azienda a creare una strategia omni-channel di successo?

La prima fase è, invariabilmente, un assessment preliminare degli strumenti e dei touchpoint a disposizione, sia fisici che virtuali, in modo da comprendere in modo chiaro cosa si possa integrare e come.

Sarà poi necessario procedere valutando con cura il comportamento dei clienti tramite gli strumenti più diversi: dalle osservazioni in-store all’analisi tramite survey dedicate, dai rapporti del customer service fino allo studio del sentiment attraverso commenti online e recensioni, per dedicare la fase seguente all’analisi competitiva dei principali concorrenti.

Successivamente si passerà allo studio e alla stesura del piano di marketing, che avrà come obiettivo quello di fornire al cliente un’experience più fluida, semplice e personalizzata, che inizia su uno strumento (per esempio in negozio), procede su un altro (per esempio sui social network) e termina su un altro ancora (ad esempio una landing page su un sito web). Il principio da tenere a mente è abbastanza lapalissiano: ogni azienda è consapevole che il cliente, per sua natura, attraversa diverse fasi prima di procedere a un acquisto e garantire loro un’esperienza complessiva soddisfacente e armonica dovrà quindi essere considerata la priorità.

Per capire ancora meglio come creare una strategia omni-channel, prova a pensare come funzionavano gli acquisti prima della rivoluzione digitale: il cliente entrava in un punto vendita, esaminava il prodotto di suo interesse e procedeva all’acquisto. Semplice, giusto?

Oggi, è invece molto più comune che il consumatore si connetta alla rete utilizzando una varietà di device diversi (laptop, smartphone, tablet…), faccia una ricerca in Google in merito alle sue intenzioni di acquisto, valuti le opinioni di altri consumatori sui social network, acquisti su un e-shop e magari ritiri in negozio. E questa è solo una delle molteplici modalità di acquisto possibili!

Ecco quindi che le aziende che sfruttano la potenza del marketing omnicanale lo fanno perché desiderano attrarre l’attenzione del consumatore e massimizzare il loro potenziale di vendita a prescindere da come e dove il prodotto sarà acquistato, conoscendo e intercettando il cliente in tutte le fasi del suo customer journey.

Nella fase prettamente decisionale e di studio della strategia omni-channel, sarà fondamentale:

  • Segmentare il tuo pubblico a seconda delle diverse modalità di acquisto e di comportamento, così da massimizzare l’impatto del tuo nuovo piano di marketing. Strumenti evoluti e ormai irrinunciabili per le aziende come Marketing Automation e CRM faranno la differenza.
  • Progettare tutti i percorsi di acquisto specifici dei tuoi clienti acquisiti e potenziali, dedicando la massima attenzione a ogni customer journey al fine di studiare i giusti contenuti e abbinamenti tra i diversi strumenti.
  • Definire la priorità dei tuoi canali di comunicazione in funzione delle abitudini di acquisto dei tuoi clienti: una strategia omni-channel non prevede che tu debba costantemente utilizzare tutti i tuoi strumenti e nello stesso modo, ma semplicemente che li integri in un percorso sinergico e armonico. Questo significa che se, per esempio, i tuoi buyer persona favoriscono l’app nel loro processo d’acquisto e solo in minima parte i negozi fisici, dovrai investire di più perché la loro esperienza digitale migliori e destinare solo una parte del budget all’in-store. Ricorda che non stai cercando di cambiare le abitudini del consumatore, ma di rispondere alle sue esigenze!
  • Investire nel customer care: si tratta di uno step da cui è impossibile trascendere, specialmente nell’epoca attuale in cui l’esperienza in post-vendita può creare una situazione “make it or break it” per la stragrande maggioranza dei clienti. In soldoni, il consumatore che sperimenta un customer care scadente sarà estremamente incline a non acquistare più da quell’azienda. Attenzione, dunque. Considerare l’after sales qualcosa di meno di una pietra miliare nella tua strategia omni-channel sarebbe un errore imperdonabile.

Ricorda infine di monitorare e analizzare con cura tutti i risultati del tuo piano di marketing omnicanale in modo da intervenire precisamente dove ritieni ve ne sia bisogno, mantenendo inalterati gli obiettivi a lungo termine della tua strategia: creare un’esperienza fluida, coerente e armonica per i tuoi clienti, incrementare i tuoi profittimigliorare la brand reputation e awareness, fare felici coloro che decidono di rivolgersi a te.

Vieni a pianificare la tua strategia omni-channel con gli esperti di Naxa.

La soluzione al distanziamento sociale per le aziende: Digital Plaza

Nel periodo storico nel quale ci troviamo, in questo momento di crisi dovuto alla pandemia di Covid-19, assistiamo ad un ribaltamento rispetto a tutto ciò a cui eravamo abituati precedentemente. Con una forte limitazione degli incontri dal vivo e della possibilità di comunicare di persona, se non un totale annullamento di ciò, risulta complicato per qualsiasi tipo di attività rapportarsi con clienti o fornitori.

Le modalità di fare business per le imprese sono quindi stravolte: ai commerciali è bloccata la possibilità di muoversi per incontri e trattative e i diversi team aziendali sono costretti allo smartworking.

Osservando minuziosamente questo scenario e analizzando le varie problematiche il nostro Business Manager, Paolo Sirtori, ha riflettuto attentamente in cerca di idee e soluzioni innovative.

Il risultato è definito da “La Repubblica” come “la piattaforma in grado di stravolgere il Sales & Marketing delle imprese”.

Digital Plaza: Connettività e Innovazione

Digital Plaza, è questo il nome dello spazio virtuale firmato Naxa che permette alle aziende di relazionarsi con il proprio pubblico nonostante questo periodo difficile. Si tratta di un virtual business place progettato per ospitare, collaborare, interagire.

La piattaforma ha molteplici funzionalità: da tour virtuali e interattivi in 3D che permettono di visitare l’interno di un’azienda e di mostrare i suoi prodotti in tempo reale, agli eventi digitali, con la possibilità di ospitare persone provenienti da qualsiasi parte del mondo, fino alle sale meeting interattive che possono essere prenotate direttamente dall’utente per incontri one-to-one con la forza commerciale.

Ma non solo, su Digital Plaza è anche possibile installare dei configuratori di prodotto o creare una renderistica in tempo reale dei propri spazi e dei propri prodotti.

La prima azienda che ha creduto in questo progetto è stata Provasi, marchio d’arredamento di lusso del panorama italiano che, grazie a Digital Plaza, è riuscito a organizzare un evento in streaming trasmesso in tutto il mondo e a creare fin da subito nuovi contatti commerciali anche nel mercato estero, come Cina, Emirati Arabi, Usa e Russia. Provasi è così riuscita a interagire con un pubblico molto vasto in modo innovativo,  superando gli ostacoli derivanti dall’attuale distanziamento sociale.

Digital Plaza Naxa Articolo Repubblica

Il successo dell’iniziativa

La nostra iniziativa ha attirato l’attenzione di molti, raggiungendo in un primo momento gli appassionati del settore Digital e dell’arredamento, per poi conquistare un pubblico più ampio.

Basti pensare che “La Repubblica” l’11 ottobre ha dedicato un’intera pagina a Naxa e al suo nuovo prodotto, Digital Plaza.

Altre testate hanno speso parole parole positive nei nostri confronti, come Il Giorno e Il Cittadino di Monza e Brianza, oltre a numerosi portali di informazione online, tra cui MB NewsSeietrenta.comCuore EconomicoBit Mat, per citarne alcuni.

Siamo dunque molto fieri del successo di questa iniziativa, a cui tutto il team Naxa ha partecipato con entusiasmo. Un ringraziamento speciale va a Luca Vivanti, architetto e docente del Politecnico di Milano e Torino, che ha collaborato con Paolo nella fase ideativa e di progetto, fornendo un aiuto prezioso.

Ringraziamo inoltre Provasi, che per primo ha creduto in noi abbracciando la nostra proposta innovativa.

Leggi l’articolo de “La Repubblica” a noi dedicato!

Leggi ora!

Come misurare il bounce rate del post di un blog?

Ti sei mai chiesto come è possibile misurare il bounce rate del post di un blog e per quale motivo dovresti farlo?

La risposta a questa domanda prevede necessariamente il preliminare chiarimento di almeno una definizione, quella appunto del bounce rate.

Cos’è il bounce rate e come va interpretato

Chiamato anche “frequenza di rimbalzo”, il bounce rate è il dato che ci indica quanti utenti abbiano abbandonato la pagina di un sito web senza prestare attenzione agli altri contenuti eventualmente linkati o presenti al suo interno. In termini più precisi, il rimbalzo può essere interpretato come la sessione di una singola pagina che, per sua natura, attiva naturalmente soltanto una richiesta.

È possibile asserire che, maggiore è il dato di bounce rateminore è l’interesse manifestato dagli utenti per un particolare contenuto?

Contrariamente dal credere comune, la risposta è no. Questo dato non è infatti negativo di per sé e pertanto non andrebbe mai interpretato come tale. È piuttosto un fattore che permette al marketer di avere un’idea più chiara del numero di sessioni che riguardano una determinata pagina, o meglio ancora del comportamento degli utenti che approdano sul sito per visualizzarne quella sola pagina (a prescindere dal tempo di permanenza su di essa).

Il calcolo del bounce rate deriva da nient’altro che il rapporto tra le sessioni di quella specifica pagina e tutte le sessioni.

Quali sono le ragioni per cui un bounce rate può essere alto?

Le ragioni di un determinato valore di bounce rate sono la chiave per interpretarle correttamente.

Andranno quindi analizzate tenendo conto delle specifiche di progetto relativo alla pagina del sito o del blog che si sta monitorando, e soltanto in funzione di esse sarà possibile evidenziare l’andamento positivo o negativo.

Tra le cause “positive” più comuni di un bounce rate alto vanno incluse:

  • Conoscenza pregressa dell’argomento o della tematica trattata da parte degli utenti atterrati sulla pagina
  • Perfetta rispondenza tra i contenuti presenti nella pagina e la necessità di informazioni specifiche manifestata dagli utenti

Come avrai certamente capito, quantomeno la seconda motivazione va a inquadrare un’elevata frequenza di rimbalzo come un fattore che testimonia la buona riuscita del progetto.

Tali considerazioni non andranno naturalmente riferite soltanto a una pagina del sito deputata alla descrizione di un determinato prodotto o servizio piuttosto che a una landing page informativa, ma anche a un post blog.

Nell’ambito della misurazione del bounce rate del post di un blog, in particolare, c’è almeno un altro fattore cruciale che dovrai tenere in considerazione per comprendere se questo valore sia o meno indicativo di un’azione di digital marketing di successo, ed è la durata della sessione. Maggiore è la permanenza dei visitatori sulla pagina sito (o in questo caso del content che stai analizzando), maggiore sarà – molto probabilmente – l’engagement garantito dal contenuto del tuo post blog.

Contestualizzare è la chiave per capire

La contestualizzazione rappresenta quindi, in definitiva, la chiave per misurare il bounce rate del post di un blog.

Diversamente, si correrà il rischio di valutare un parametro per sua naturale relativo come un valore numerico assoluto, tanto negativo quanto più alto, e magari modificare post blog già sufficientemente ingaggianti e in grado di coinvolgere l’utente al punto tale da soddisfare tutte le loro curiosità.

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L’importanza  di uno storytelling efficace

Nel mondo del web lo storytelling efficace ha assunto un’importanza considerevole soprattutto per chi desidera affermare la forza del proprio brand andando a coinvolgere un numero di utenti sempre maggiore.

Con il termine storytelling si identifica quella che può essere considerata una vera e propria arte, ovvero quella di raccontare storie coinvolgenti per comunicare ai lettori i valori di una certa realtà, la mission e tutto quello che “sta dietro” ai prodotti e ai servizi offerti. Si tratta di una delle tecniche di copywriting più utilizzate negli ultimi anni, considerata come vera e propria chiave di successo per una strategia di digital marketing vincente.

Storytelling letteralmente significa “raccontare una storia” e lo scopo dato dall’impiego di questa tecnica è quello di instaurare una relazione profonda con il pubblico di riferimento, coinvolgendolo attraverso un racconto che susciti emozioni nello stesso. Attrarlo, coinvolgerlo attivamente e instaurare un rapporto di fiducia diventano pertanto gli obiettivi primari e necessari perché ci si trovi dinnanzi a uno storytelling efficace. Ecco perché chi si occupa di content marketing non dovrebbe mai trascurare questo aspetto che dovrebbe, al contrario, ricoprire un ruolo di estrema importanza all’interno della strategia.

Creare una connessione umana tra chi legge e chi racconta

Lo scopo dello storytelling è proprio quello di creare un filo invisibile in grado di connettere l’utente e lettore alla realtà aziendale che ha realizzato un determinato contenuto. Non una mera raccolta di informazioni, bensì un vero e proprio racconto coinvolgente, sia dal punto di vista emotivo che da quello informativo.

La comunicazione dovrà assumere tratti unici, indispensabili per fare la differenza, per rendere riconoscibile e unico il proprio brand rispetto a quello dei competitors. Che si tratti di un blog o di una pagina istituzionale di un sito web, di post pubblicati sui social network fino alle campagne pubblicitarie, lo stile utilizzato dovrà vedere l’impiego di uno storytelling ben strutturato in quanto ogni mezzo andrà a suscitare una diversa reazione nel pubblico.

Lo scopo pertanto sarà quello di trasmettere una certa emozione, risultare autentici, creare una connessione personale con l’utente e guidarlo al compimento di una determinata azione grazie all’iter narrativo creato, capace di rispettare tempistiche e mezzi a disposizione.

Corporate storytelling: dal percorso narrativo ai ruoli

Il corporate storytelling è quindi l’alleato numero uno dell’emotional branding. Ogni realtà ha la propria personalità, carattere e temperamento che dovranno essere trasmessi da tutti i mezzi di comunicazione impiegati.

Esistono tre elementi fondamentali da tenere conto nell’iter narrativo:

  • L’emozione, ovvero rendere coinvolgenti i temi trattati, far sì che arrivino al cuore dell’utente e muovano nello stesso dei sentimenti
  • Incuriosire il pubblico, reazione connessa allo sviluppo di emozioni nello stesso, invogliarlo a conoscere ulteriormente il brand ed entrare in contatto direttamente con esso
  • Creare una connessione attiva con il pubblico, renderlo partecipe e far sì che cerchi di interagire con l’azienda.

Raggiungendo questi risultati si riuscirà ad ottenere una riconoscibilità agli occhi dell’utente, rafforzando significativamente la brand awareness. Questo fattore rappresenterà un enorme vantaggio in quello che potrebbe poi divenire un percorso guidato volto al compimento di una determinata azione ovvero, per esempio, la finalizzazione di un acquisto.

Da questo aspetto deriva quindi l’importanza di definire i ruoli per la costruzione di uno storytelling efficace. L’eroe, se così si può definire, dovrà essere il brand che vedrà come antagonista il mercato e le avverse condizioni economiche. Il percorso narrativo dovrà inoltre tener conto delle logiche del consumo, ma dovrà anche dar senso alle azioni per raggiungere gli obiettivi prefissati. L’utente dovrà potersi immedesimare nel protagonista della vicenda, quello che ha una necessità, una problematica o un obiettivo e desidera trovare la maniera migliore per superare tale ostacolo.

I canali da impiegare dovranno essere organizzati in maniera armoniosa tra loro per andare ad abbracciare l’utente, il quale si sentirà a proprio agio rispetto ai contenuti proposti dal brand, si identificherà in ciò di cui parla e sarà invogliato a entrare sempre più in contatto con lo stesso, facendo suoi i valori trasmessi. L’importanza in tutto questo percorso narrativo sarà quello di mantenere l’unicità, fattore che renderà autentici e allo stesso tempo, riconoscibili i valori del brand rispetto ai suoi competitors.

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Uno storytelling di successo: Barilla

Quando si parla di brand italiani, indubbiamente quello che negli anni ha messo in atto uno storytelling efficace, unico e riconoscibile, è Barilla.

La divisione Mulino Bianco, nota per i prodotti da forno ideali per la colazione, non parla quasi mai dei suoi articoli, non li descrive, ma trasmette quelli che sono i valori dell’azienda, ovvero il desiderio di accompagnare le famiglie nella loro quotidianità. Inizialmente l’immagine della famiglia tradizionale, seguita poi, nell’era moderna, dal ritorno alle origini, all’attenzione verso le materie prime e l’artigianalità, non a caso nelle pubblicità vi è l’immagine del noto attore Antonio Banderas che prepara personalmente la frolla per i biscotti.

Per quanto riguarda invece la divisione Barilla pasta e sughi vi è l’associazione alla preparazione dei condimenti “come se fossero fatti in casa”, l’impiego di ricette tradizionali, quelle delle nonne. Insomma, il tentativo di questo brand è quello, nonostante le dimensioni dell’azienda, di risultare vicina ai valori familiari, alla tradizione e alla genuinità.

Come ci è arrivata? Con uno storytelling efficace studiato anno dopo anno per risultare unico e coerente.

L’evoluzione del marketing: dalle 4P alle 7P del marketing mix

Marketing mix, 4P, 7P… se hai avuto a che fare con marketing, strategie e posizionamenti di mercato, probabilmente hai già sentito parlare di questi concetti. 

Nell’articolo che stai per leggere andremo a esplorare questi concetti, esplodendoli punto dopo punto, anche grazie all’esperienza degli esperti Naxa.

Continua a leggere per scoprire:

 

Cos’è il marketing mix

Il concetto di marketing mix è una pietra miliare del marketing e del business. Venne originariamente proposto da Philip Kotler nel 1960 ed è rimasto sostanzialmente inalterato per decenni.

Con questo si intende l’insieme degli strumenti necessari alla pianificazione e all’attuazione di uno specifico piano di marketing, mirato a specifici obiettivi e a uno specifico pubblico.

Quando il marketing mix ha successo? Quando la strategia raggiunge gli obiettivi previsti. Questo, a sua volta, accade quando le 4P del marketing sono perfettamente calibrate tra loro. 

Un attimo… le 4P del marketing? Di cosa si tratta?

Con 4P del marketing facciamo riferimento ai 4 pilastri del marketing, che se calibrati al meglio in una strategia porteranno questa al successo.

Cosa sono le 4P del marketing.

 

Cosa sono le 4P del marketing

Come abbiamo appena detto, le 4P sono i 4 principali pilastri del marketing: prodotto, prezzo, punto vendita e promozione. 

Andiamo a vederli uno a uno.

 

Product, il prodotto (o servizio)

Il prodotto è sempre stato il punto di partenza per una strategia di marketing. “È sempre stato”, al passato, perché in effetti oggi non è più così (ne parliamo più avanti). Anzi, a dire il vero, per noi di Naxa, non è mai stato così. Dopotutto, la prima cosa che comanda ogni strategia di marketing è il target, l’audience, il pubblico. Ma appunto, ne parliamo più avanti. 

Nella tradizione del marketing, il prodotto (o servizio) è il primo step. Il marketer deve quindi capire quali sono i suoi benefici, che necessità permette di soddisfare a chi acquista e a chi vuole rivolgersi. 

 

Price, il prezzo (che è anche un canale di comunicazione)

In base al prodotto (e all’audience), il marketer dovrà definire un prezzo

Il prezzo non è solo una questione di soldi. Il prezzo è anche (e soprattutto) una leva di comunicazione, un fattore che permette di incidere sul valore percepito di un prodotto (o di un brand).

La valutazione del prezzo comprende, oltre all’analisi prettamente business dei costi di produzione e distribuzione, anche le scelte più “markettare”, come il posizionamento rispetto ai competitor e gli eventuali sconti o promozioni.

 

Place, il “luogo”, quindi punto vendita o canale distributivo

Il “luogo” è “dove” i clienti possono trovare il prodotto. Comprende la scelta dei canali distributivi: i punti vendita fisici, la vendita online tramite e-commerce o marketplace, e molto altro. 

Promotion, ossia la promozione

L’obiettivo della promozione è comunicare al pubblico il valore di un determinato prodotto o servizio. La promozione comprende la comunicazione aziendale, la pubblicità online e offline, e più in generale, la strategia media e PR.

Diverse persone che lavorano in gruppo

L’evoluzione del marketing: le 7P

Di recente, al fine di migliorare ulteriormente le strategie di marketing sia per precisione che per potenzialità di redemption (e in questo caso le nostre due P sono del tutto casuali), i marketer hanno aggiunto tre ulteriori direttrici sulle quali pianificare le azioni. Si è passati dalle “semplici” 4P del marketing mix alle nuove, e più precise, 7P.

Le 7P del marketing mix rispondono alle condizioni sempre più mutevoli di un mercato che non è mai stato così veloce, in particolar modo perché ormai intrinsecamente connesso alla tecnologia e all’evoluzione delle comunicazioni

Queste ultime, in particolare, consentono ora di targettizzare la propria utenza di interesse in modalità che, per precisione e ricchezza di dettagli, sono del tutto incomparabili a ciò che i marketer “di un tempo” hanno mai conosciuto.

Quali sono le 7P del marketing mix? 

Oltre ai già citati prodotto, prezzo, punto vendita e promotion, le 7P del marketing mix prevedono l’inserimento di ulteriori parametri discriminanti nella creazione di strategie efficaci.

People, le persone, l’audience, il target

Persone, non semplicemente intese come clienti o consumatori, quanto piuttosto come personale umano che gestisce e lavora in un’azienda. 

Ciascuno di essi va considerato vitale per il raggiungimento di specifici obiettivi di marketing, a prescindere dal suo ruolo o dalla sua collocazione nella scala gerarchica dell’organizzazione. 

Senza le persone giuste neppure il brand più famoso non avrà successo, e la ragione è semplice: gli esseri umani sono parte del marchio esattamente quanto i suoi prodotti o servizi. Ecco dunque che, nel mercato attuale, è il vantaggio competitivo interno rappresentato dal capitale umano a fare la differenza.

Process, ossia il processo

Si intendono in questo caso i processi organizzativi e i sistemi che influenzano la creazione del prodotto o l’esecuzione del servizio. 

Se questi non sono fluidi e ineccepibili, inevitabilmente la qualità della proposta commerciale finirà col risentirne, e con essa la reputazione del brand. 

Oggi, le aziende operano in modo sistematico per ridurre al minimo il margine di errore, contenere le spese economiche e temporali e per massimizzare i profitti offrendo al contempo soluzioni sempre più personalizzate sul singolo utente.

Physical Evidence, ossia evidenza fisica

Questo parametro identifica la prova dell’esistenza materiale di un prodotto in quanto tale e persino di un servizio. 

Anche quando quest’ultimo è intangibile, la sua evidenzia fisica è riscontrabile nella percezione che il brand che lo eroga lascia nella mente del consumatore o, più semplicemente, nel contesto del mercato. 

In buona sostanza, la Physical Evidence è un fattore fortemente interconnesso al cosiddetto branding: se un marchio è conosciuto, la sua evidenza fisica è confermata.

Conclusione

Le 4P del marketing, prodotto, prezzo, punto vendita e promozione, sono solitamente indicate come marketing mix. Si tratta degli elementi chiave di una strategia di marketing.

Tuttavia, con l’evoluzione della disciplina, non possiamo più considerare solo questi 4 elementi come i punti cardine. Ecco che sono stati quindi inseriti altri 3 parametri, ovvero le persone, il processo e l’evidenza fisica. 

Desideri scoprire quale marketing mix è ideale per lanciare il tuo brand, il tuo prodotto o il tuo servizio?

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Come creare un’esperienza d’acquisto efficace

Nel marketing – e in special modo nel digital marketing – più moderno ed evoluto, generare un acquisto non è più considerato il fine ultimo di un progetto. Al contrario, in un mercato sempre più competitivo e in costante evoluzione, composto essenzialmente da consumatori consapevoli soggetti a un’offerta trasversale drammaticamente superiore alla domanda effettiva, ciò che fa la differenza tra un brand e un altro non è soltanto la qualità della proposta, ma anche e soprattutto l’esperienza d’acquisto che l’azienda sarà in grado di garantire al proprio cliente.

In definitiva, non soltanto i consumatori attuali desiderano (e sanno individuare) il prodotto migliore e più customizzato sulle loro particolari esigenze, ma anche il brand che sa “trattarli meglio” in termini di esperienza utente, customer care, assistenza tecnica, rapidità, modularità della soluzione, personalizzazione di prodotto e servizio. Questa è già e continuerà ad essere una delle discriminanti che, più di altre, faranno il successo o l’insuccesso delle imprese del futuro.

Ma come creare un’esperienza d’acquisto efficace? Fermo restando la necessità di dare vita a strumenti digitali multicanale che funzionino bene (siti web con navigazioni efficaci e caratteristiche responsive, pagine prodotto chiare se si propone un servizio di ecommerce, tool di assistenza in real time o chatbox che accompagnino il cliente, pagamenti sicuri e ottimizzati), vi sono questioni preliminari che sono del tutto imprescindibili, e che vanno più al “cuore” del problema.

Scopriamole insieme.

La valutazione dei fattori preliminari per lo studio di una strategia di unified commerce

La nostra esperienza come marketer ci dice che non esiste una soluzione ideale per tutti, e che ogni progetto, marchio, prodotto o servizio deve essere oggetto di valutazioni preliminari e studi attenti e calibrati, così da dare vita al corretto marketing mix che possa essere apprezzato tanto dall’azienda quanto dal suo pubblico.

In generale, tuttavia, sappiamo cosa si intende per “esperienza d’acquisto efficace”: è l’esperienza che il cliente vive nella sua relazione con il brand e, quando positiva, essa è anche totalizzante, appagante, fidelizzante. Tale esperienza deve dunque necessariamente essere il risultato di una strategia preliminare innovativa, originale e capace di integrare diversi strumenti di marketing. Al contempo, essa dovrà anche tenere in considerazione una serie ben definita di fattori:

  • I canali online, offline, le applicazioni e le tecnologie più evolute e performanti
  • Le necessità, le aspettative, i desideri del potenziale cliente
  • Le soluzioni realmente implementabili per soddisfarli

Nell’esperienza di acquisto positiva, il livello di engagement tra utente e brand è massimo e, di norma, è il risultato di un progetto omnichannel che si riverbera talvolta in un progetto di unified commerce. Questo tipo di soluzione è particolarmente indicata per il Business to Consumer e per il settore del Retail, ma non solo, e si propone di integrare diverse strategie multicanale così da dare vita a un’esperienza d’acquisto non soltanto coerente con l’identità del brand, ma anche unica per il consumatore.

L’importanza della consumer experience

Ecco dunque che torniamo all’importante punto della “customer experience”, ossia dell’esperienza che l’utente vivrà nel suo procedere attraverso il funnel di acquisto.

Nessuna esperienza d’acquisto sarà mai efficace se l’azienda o il marketer non sono in grado di concentrarsi e analizzare tre aspetti fondamentali:

  • La conoscenza del pubblico
  • La creazione di offerte personalizzate sulle sue esigenze
  • La soddisfazione e la fidelizzazione del cliente acquisito

Conoscere il proprio pubblico di riferimento significa avere un quadro preciso delle sue caratteristiche demografiche e comportamentali, così come apprenderne esattamente le necessità di acquisto. Strumenti come il clienteling, ma anche diverse modalità di benchmark e tool di analisi, permettono di avere un quadro chiaro del proprio target – e di conseguenza di operare nel modo corretto non soltanto per attrarlo, ma anche per fidelizzarlo.

Bisogna sempre tenere presente che ogni dato che otteniamo da un prospect o da un cliente acquisito è una miniera d’oro di informazioni che ci aiuterà a delineare gusti, aspettative e personalità: dalla tipologia di acquisti effettuati al numero di transazioni commerciali fino al periodo in cui esse sono state effettuate, dai metodi di pagamento utilizzati agli strumenti, ogni singola informazione serve. Sempre!

Generare offerte personalizzate è l’inevitabile passo da muovere una volta che conosciamo il cliente o lead che abbiamo di fronte. Un’offerta massificata e impersonale è, oggi, sinonimo di insuccesso.

Al contrario, la gestione coerente, sinergia e centralizzata di tutto il customer journey diventa lo strumento indispensabile perché il brand si muova in una direzione comune, fornendo prodotti e servizi ad hoc studiati sempre di più sulle esigenze personali del cliente o del prospect.

Fare in modo che il cliente rimanga felice (e fidelizzato) è sempre l’end-game

Un cliente colpito da un’offerta personalizzata, che tiene in considerazione le sue caratteristiche e necessità uniche – non quelle di una audience massificata, quanto piuttosto di lui, in quanto individuo – è già per sua natura un cliente potenzialmente molto soddisfatto.

Tuttavia, perché l’esperienza d’acquisto sia davvero efficace sotto ogni punto di vista, il cliente così acquisito dovrà essere mantenuto felice e, di conseguenza, fidelizzato. In generale, l’obiettivo dell’azienda in questa fase sarà allineare customer journey e strategia aziendale così da costruire quel fattore imprescindibile per una User Experience di successo: la fiducia.

Cosa significa essere degni di fiducia, per un’azienda?

Equivale a saper trasmettere a ciascuno dei propri clienti l’importanza e il valore delle sue scelte quotidiane, comunicargli l’attenzione prestata alle sue specifiche necessità attraverso un customer care puntuale e tempestivo, aggiornarlo sull’arrivo di prodotti o servizi che potrebbero effettivamente portargli un valore aggiunto, contattarlo attivamente (ma senza soffocarlo!) per acquisire informazioni nuove e preziose che consentiranno al brand di operare pianificazioni strategiche in linea con le reali esigenze del suo interlocutore.

In generale, un’azienda degna di fiducia è quella che ha genuinamente cura dei propri clienti, e che pensa alla loro soddisfazione in modo onesto e trasparente.

Brand Positioning: come creare una strategia unica

Il Brand Positioning, chiamato anche “posizionamento del marchio”, è una delle analisi preliminari essenziali per creare strategie di marketing uniche e customizzate sulle caratteristiche specifiche dell’azienda, del prodotto o del servizio da promuovere.

Si tratta di un processo di cruciale importanza che permette di individuare una o più specificità distintive del marchio, così da veicolare un o più messaggi pubblicitari efficaci e si rivela particolarmente utile in contesti di elevata concorrenza.

Cos’è il Brand Positioning e a cosa serve

Definire il Brand Positioning come una delle attività chiave per creare strategie di marketing – o digital marketing – efficaci è assolutamente corretto.

È importante inoltre sottolineare che questo approccio non è soltanto indicato per le grandi aziende, ma anche per le PMI: in generale, ogni business dovrebbe operare attraverso analisi strategiche preliminari per costruire un’immagine di brand solida, capace di farsi ricordare dalla target audience, e per collocarla nel suo corretto segmento di mercato.

Ecco dunque che, semplificando, il Brand Positioning non è altro che il processo che porta a posizionare il marchio non solo nel market corretto, ma soprattutto nella mente del consumatore. Dovrà dunque considerare tutti i fattori distintivi che renderanno il marchio desiderabile e ricordabile dai suoi potenziali clienti.

Le strategie di Brand Positioning sono virtualmente infinite e possono comprendere differenti marketing mix, che andranno valutati sulle specifiche caratteristiche del marchio da posizionare e su particolari esigenze di progetto.

Un esempio classico è rappresentato dal cosiddetto marketing omnichannel, ossia che colpisce sia online che offline in modo coordinato e focalizzato col fine ultimo di creare un’impressione univoca e coerente del marchio.

Perché il Brand Positioning è indispensabile per qualunque business

Sia che il marketer stia gestendo un grosso marchio di fama internazionale che un prodotto o brand di nicchia, magari in fase di startup, il processo di Brand Positioning sarà ugualmente funzionale.

Contrariamente al credere comunque, questa attività di posizionamento funziona in effetti in modo eccellente anche su piccole realtà e specialmente se sconosciute, perché permette di dare vita a un’identità forte e distinguibile: come sarebbe possibile, per le PMI, posizionarsi sul mercato se non attraverso tale adeguato processo di analisi?

La ragione per cui è sempre opportuno fare Brand Positioning è quindi molto semplice: questa attività rappresenterà la base essenziale su cui costruire il business e la comunicazione aziendale in senso lato. Posizionare il proprio marchio in modo efficace e coerente è la condizione chiave perché tutte le strategie di marketing successive abbiano la possibilità di funzionare e portare risultati tangibili.

Senza un adeguato asset strategico, senza una comunicazione chiara di ciò che un marchio è e a quale pubblico si rivolge, un brand non potrebbe mai essere ricordato dai potenziali clienti alla comparsa di un determinato bisogno d’acquisto.

In pratica, il Brand Positioning fa in modo che il marchio, il prodotto o il servizio vengano immediatamente richiamati alla mente del consumatore come potenziale soluzione a un problema specifico.

Che differenza c’è tra Brand Positioning e Value Proposition?

Brand Positioning e Value Proposition non sono affatto sinonimi, anzi. Identificano due concetti molto diversi che operano in sinergia all’interno di qualunque strategia di marketing.

La Value Proposition si basa sulla differenziazione, e indica il posizionamento completo della marca inteso come combinazione dei benefici sui quali è impostato il posizionamento. In pratica, quella “marcia in più” che il brand offre al mercato rispetto ai competitor, attraverso una proposta nuova e diversa, e dunque attraverso la comunicazione di specifici elementi di differenziazione.

Al contrario, il Brand Positioning si basa sui valori più intrinseci del marchio, quali ad esempio la qualità del suo servizio, il prestigio, la simbologia, le competenze specifiche: anch’essi sono elementi di differenziazione, ma possono essere meno tangibili (ma non per questo più effimeri!) rispetto a quelli comunicati nella Value Proposition.

In generale, qualunque caratteristica di differenziazione che porti il brand a posizionarsi nella mente dei potenziali consumatori dovrebbe essere caratteristiche di:

  • Rilevanza
  • Esclusività
  • Credibilità
  • Difficile riproducibilità (Unicità)

Questo significa che un Brand Positioning di successo comunica in modo chiaro ciò che il marchio sa fare, in che modo lo sa fare meglio rispetto ai competitor, e a quali necessità del consumatore risponde. Se la marca è in grado di trasmettere questi valori, allora i suoi attributi “rilevanti” saranno immediatamente percepibili nella mente del consumatore.

Ciò può avvenire operando in modo tale che il consumatore recepisca, percepisca e ricordi una specifica parola o un particolare concetto, e che tale parola o concetto siano automaticamente associati al brand che stiamo posizionando.

Hai mai pensato a una strategia dedicata per il Brand Positioning della tua azienda? Vieni a parlarne con gli esperti di NAXA.

Real Time Analytics: cosa sono e perché sono utili

Possiamo definire gli Analytics come l’insieme di dati necessari alla scoperta e all’analisi di particolari modelli di comportamento o dati demografici. In termini più tecnici, i dati allo stato numerico e naturale vengono trasformati, attraverso gli Analytics, in insights – che potremmo tradurre come “intuizioni” – necessari ai marketer e alle aziende per prendere decisioni strategiche sia operative che di marketing.

Così come gli Analytics in senso generale, anche i Real Time Analytics – ossia gli insight proposti in tempo reale relativamente alle prestazioni di un determinato strumento connesso – rappresentano una fusione perfetta tra scienza, tecnica e tecnologia e includono al loro interno diversi approcci:

  • Statistica
  • Matematica pura
  • Business intelligence
  • Reporting
  • OLAP
  • Analisi

A queste, la componente umana aggiungerà le proprie considerazioni e le proprie competenze di marketing, di sociologia, di tecniche di comunicazione e persino di psicologia per dare vita a strategie altamente performanti sugli strumenti digitali.

Perché i Real Time Analytics sono così importanti

L’importanza dei Real Time Analytics risiede prima di tutto nella rapidità con cui sono in grado di fornire informazioni specifiche, attualmente considerate cruciali e indispensabili non soltanto allo studio di progetti di marketing, ma anche di strategie di business complesse.

Non solo: a livello tecnologico, i Real Time Analytics permettono di beneficiare di una vasta serie di progettualità che spaziano dalla manutenzione predittiva all’identificazione delle frodi, dall’analisi interna all’advertising personalizzato, dalla redemption di campagne all’integrazione dei progetti di marketing, dall’evoluzione di prodotti o servizi allo studio di nuovi sistemi di customer care e via discorrendo.

Quando applicati al mondo dell’Internet of Things in particolare, i Real Time Analytics producono un incredibile vantaggio che colpisce la catena del valore nel suo complesso. Nel caso in cui questi strumenti siano infatti integrati in sistemi e oggetti connessi (siano essi B2C o parte delle strutture evolute all’Industria 4.0), la quantità di dati (per volume, differenziazione e qualità) che produrranno avrà inevitabilmente un impatto notevole sul business model dell’impresa.

Se invece immaginiamo i Real Time Analytics nell’ambito di progetti di marketing complessi, una loro tipica applicazione sarà quella del Proximity Marketing, ossia di un marketing di prossimità che va a colpire, secondo specifiche azioni, lead e pubblico potenziale che si trova nelle vicinanze di determinati shop col fine ultimo di invitare all’acquisto. Tale approccio di marketing si realizza, tipicamente, attraverso promozioni mirate e personalizzate secondo le caratteristiche del target da colpire.

Per concludere, è importante evidenziare che esistono quattro diverse velocità di analisi dei dati, secondo quanto diffuso dall’Osservatorio Big Data Analytics & Business Intelligence e che fanno riferimento a uno studio piuttosto recente, datato 2018.

  1. Analisi in Batch: ossia secondo intervalli regolari predefiniti. Tipicamente, i dati raccolti nel corso della giornata possono essere elaborati durante la notte.
  2. Near Real Time: la frequenza di analisi e di aggiornamento dei dati è ridotta rispetto alla modalità Batch e può attestarsi su un intervallo di ore o persino minuti.
  3. Real Time: i dati vengono raccolti in tempo reale e la loro analisi avviene ogni qualvolta se ne sente l’esigenza.
  4. Streaming: i dati vengono raccolti in un flusso continuo e ininterrotto e analizzati con continuità. Ovviamente, tale soluzione prevede un sistema in grado di supportare un’attività molto gravosa e che di solito di concretizza in un insieme di sensori capaci di identificare valori costantemente variabili.

Attualmente, l’Italia sembra sempre più rivolta ai sistemi analytics in Near Real Time, ma in un futuro ormai prossimo si farà sempre più strada la necessità di impostare progetti di Real Time Analytics: ciò sarà possibile soltanto con l’ausilio di tecnologie e infrastrutture altamente performanti sia in termini di raccolta dei dati, che di interrogazione e fruizione delle informazioni.

Performance Marketing: cos’è?

Hai mai sentito parlare di Performance Marketing? Sai cosa significa e quali best practices lo caratterizzano?

In questa pratica guida, vogliamo offrirti le nozioni fondamentali per comprendere il significato e il potenziale di questa modalità di marketing evoluta e, per farlo, partiremo dalle definizioni.

Si parla di Performance Marketing riferendosi a un approccio o modello di marketing che si pone l’obiettivo di generare engagement e risposte da parte degli utenti attraverso lead certificabili, like o sottoscrizioni che vengono pagati esclusivamente sulla base del risultato ottenuto. Come puoi dunque capire, il primo e più importante aspetto del Performance Marketing è rappresentato dalla sua misurabilità – un aspetto chiave, che si fonda sulla necessità sempre più marcata di analisi delle metriche di marketing che sono tipiche degli approcci più evoluti.

In pratica, il Performance Marketing si basa sulla performance intesa come risultato, e prevede un abbattimento pressoché totale dei costi iniziali tipici delle campagne di marketing più tradizionali, come ad esempio quelli della realizzazione della campagna. Al contempo, il Performance Marketing deve per sua natura performare al meglio, e dunque è customizzato sul target e sempre modificabile anche “in corsa”, proprio in funzione dei risultati di analisi e monitoraggio.

Un tipico esempio di Performance Marketing è rappresentato, ad esempio, dal Content Marketing evoluto.

Le metriche chiave del Performance Marketing

Quali sono le metriche fondamentali che definiscono i risultati e le prestazioni del Performance Marketing?

Come accennato, è proprio nell’analisi, nel monitoraggio e nella misurazione delle performance che risiede il fulcro di questo approccio, e proprio per questa ragione esse rappresentano sempre il punto focale di ogni progetto di Performance Marketing. Si tratta quindi, in questo caso, di progetti di marketing cosiddetti “data-driven”, in cui dati e contenuti possono cambiare mantenendo inalterata la strategia iniziale.

Vediamo dunque insieme queste metriche fondamentali.

  • Tasso di click e/o di apertura: nel Performance Marketing, si tratta di un valore essenziale per definire i risultati di una specifica CTA nell’ambito di una campagna. Il tracking delle azioni dell’utente offrirà ai marketer una panoramica di grande valore sull’efficacia della campagna e una serie di dati di assoluto interesse relativamente alla provenienza dei click. In funzione di questi ultimi, il progetto o i suoi canali potranno essere ricalibrati per diventare ancora più precisi e performanti. Al contempo, il click-through rate servirà anche a determinare i costi delle campagne pay per click.
  • Tasso di conversione: conosciuto anche con il termine conversion rate, questo fattore permette di misurare e definire i tassi di conversione per azioni specifiche. Esempi classici possono includere la sottoscrizione alla newsletter, l’azione di download di contenuti premium o la fornitura di dati personali per la ricezione di materiale specifico, per esempio attraverso l’email marketing. In funzione degli obiettivi della campagna di Performance Marketing, queste informazioni saranno utili a individuare se una modalità di pagamento a CPL o CPA sia più adeguata.
  • Social Media Monitoring: le piattaforme social più utilizzate offrono oggi sistemi di insight che includono una serie di metriche di particolare interesse per i marketer. Si tratta dei cosiddetti strumenti di monitoraggio, talvolta nativi, altre volte esterni alla piattaforma stessa e ospitati su software dedicati, e che permettono di individuare informazioni essenziali per ottimizzare la campagna di Performance Marketing a seconda delle caratteristiche specifiche del pubblico. Al contempo, il monitoraggio dei risultati ottenuti sui social network consente di eliminare azioni che non generano engagement o redemption e di replicare o implementare strategie che invece funzionano.
  • Tassi di visualizzazione: tipicamente questa metrica fa riferimento ai post (per esempio quelli presenti su un blog aziendale) e offre il principale vantaggio di misurare quali contenuti, tematiche o argomenti siano di effettivo interesse per il target di riferimento del progetto. Sulla base di questi risultati, la campagna di Performance Marketing potrà essere orientata a incrementare le visite o aumentare l’engagement degli utenti con specifici contenuti.

Performance Marketing: vantaggi e svantaggi

Ora che abbiamo chiarito cos’è e come si misura il Performance Marketing, scopriamo quali sono i principali benefit – ma anche gli svantaggi – che caratterizzano questa metodica.

Il principale vantaggio del Performance Marketing è rappresentato dalla possibilità, per i marketer, di calcolare al millimetro il ROI di un determinato progetto, ossia il ritorno dell’investimento in termini di guadagno generato da specifiche azioni di marketing. Come è facile intuire, l’obiettivo ultimo del progetto sarà sempre quello di incrementare questo fattore.

La possibilità di pagare essenzialmente soltanto per i risultati ottenuti permette, nel Performance Marketing, di ridurre in modo considerevole altri tipi di investimento. Tuttavia, è bene tenere sempre presente che ridurre non significa annullare del tutto: vi saranno infatti modifiche da effettuare in corsa e che non saranno legate alla monetizzazione immediata, oppure modifiche sinergiche che interesseranno una serie di strumenti di marketing per fare in modo che uno di essi in particolare performi meglio. Potremmo definire queste come fasi intermedie, che andranno sempre considerate come vitali al successo di un progetto di Performance Marketing.

D’altro canto, la possibilità di tenere traccia di un’infinità di metriche e statistiche essenziali a valutare l’andamento in real time di una campagna è un plus di grande valore, perché permette di adattare la proposta del marketing mix al comportamento reale degli utenti di riferimento.

Se dovessimo invece parlare degli svantaggi tipici del Performance Marketing, il primo e più importante sarebbe chiaramente quello dell’altissima competitività. La concorrenza con competitor che attuano strategie simili è un elemento da tenere sempre in considerazione già nelle fasi preliminari di definizione delle campagne.

A questo “nodo” cruciale andrà poi aggiunto il limite di non avere certezza di conversione (né in termini qualitativi né quantitativi) preventiva: il successo di un progetto di Performance Marketing si definisce infatti non a priori, ma in corsa, ed è sempre il risultato di piattaforme tecnologiche evolute e performanti e dell’azione di marketer formati nelle strategie online.

Come è cambiato il comportamento degli utenti in rete: il modello flipper

Negli ultimi anni, il numero di funzionalità digitali come pannelli di conoscenza, immagini e pacchetti locali si è moltiplicato esponenzialmente, tanto da influenzare il SEO in modo piuttosto deciso. Inevitabilmente, questo tipo di comportamento della SERP va a influenzare anche l’atteggiamento degli utilizzatori.

Quando le funzionalità della pagina dei risultati dei motori di ricerca – dai caroselli di prodotti sponsorizzati ai video, fino ai rich snippet – sono presenti sulla pagina di risposta a una determinata query, il 74% degli utenti li prende in esame (studio Nielsen Norman Group). Questo avviene perché le funzionalità della SERP di nuova generazione hanno una sorta di “peso visivo” che va a influenzare lo sguardo, e dunque il click dell’utente in modo non lineare.

Questi risultati, ottenuti analizzando 471 query che coinvolgevano i partecipanti a uno studio tra il 2017 e il 2019, ha permesso di confermare la correlazione tra il tracciamento oculare, l’usabilità e il comportamento.

Le immagini in particolare risultavano accattivanti e attrattive, così come gli elementi sulla pagina che fornivano risposte rapide (pannelli di conoscenza), anche in condizioni di particolare variabilità e complessità dell’interfaccia a livello grafico. Oggi, gli utenti si adattano e rispondono proattivamente a questo tipo di variazioni, tanto da impiegare poco meno di sei secondi per fare click sulla prima selezione.

Va poi considerato un secondo studio, condotto stavolta da Yext, che ha riscontrato un incremento (17%) delle interazioni con le pagine di attività commerciali locali rispetto all’anno precedente (10%). Nella pratica, questo significa che gli utenti digitali, sempre più evoluti, individuano ora molto più rapidamente ciò che vogliono trovare, e dedicano meno tempo alla ricerca e più tempo all’interazione.

L’evoluzione dell’utente della rete e il cambiamento di fruizione delle pagine rispetto al passato – quando lo sguardo si muoveva in sequenza dall’alto verso il basso, da sinistra a destra – prende il nome di “modello flipper” (pinball pattern) e identifica proprio la capacità dell’occhio di intercettare, in modo apparentemente casuale, i punti di interesse su una pagina web – o in questo caso di risultati – che presenta tanti elementi diversi.

Secondo il rapporto di Nielsen, questo cambiamento è legato all’incoerenza delle pagine dei risultati da una query all’altra, che spinge l’utente a valutare la pagina nella sua totalità prima di effettuare la sua scelta, calibrandola laddove la sua attenzione è attirata. In termini di marketing, questo significa che non solo il tipo di informazione e il suo medium, ma anche il suo posizionamento influenzeranno la visibilità e il click di un determinato elemento.

Rispetto al 2006, quando era il primo risultato nella pagina di ricerca a essere cliccato (51% dei click), le cose sono cambiate moltissimo, se si considera che nel 2019 la stessa voce riceve solamente il 28% dei click.

Modello Flipper: migliori risultati anche per chi non è in prima posizione su Google

Nelle strategie di marketing digitale attuali, dunque, bisognerà tenere in considerazione questo nuovo trend.

Sebbene le ricerche a zero click continuino ovviamente ad esistere, ora anche gli annunci e i risultati posizionati più in basso rispetto alle prime posizioni vedono incrementate le loro possibilità di successo. Nel 2019, il 59% degli utenti analizzati ha cliccato su uno dei primi tre risultati, e le posizioni inferiori sono anch’esse risultate più fruite.

Allo stesso modo, gli utenti tendono ora a tornare sulla pagina dei risultati e procedere con lo scrolldown se la prima selezione non ha risolto la loro query. Continuano a risultare invece penalizzati i risultati che si collocano dopo lo scroll, nella cosiddetta area “below the fold”, a meno che il risultato cercato non sia a una query complessa: in tal caso, la percentuale di click di queste risposte si attesta sul 20%.

Che significa? Che contenuti approfonditi, di qualità, ben elaborati, e verticali, possono ancora attirare click anche se si trovano più in basso nella SERP, tenendo comunque conto che solo nel 2% dei casi gli utenti tendono ad avventurarsi nella seconda pagina